Sociopatia in libertà 0
Il modo in cui a volte abbiamo a che fare gli uni con gli altri mi sconcerta.
Ciascuno di noi ominidi egocentrici, antropocentrici, etnocentrici si rapporta con gli altri ominidi sulla base di un paio di insiemi di regole che definiscono rispettivamente i tabù culturalmente accettati come tali e i tabù personali, e un altro paio di insiemi di regole che definiscono le pulsioni culturalmente accettate come tali e le pulsioni personali.
Non è che noi ominidi siamo proprio ben consci di questo schema di cose, che poi non è nemmeno così semplice, ma mi si passi la matematica schematizzazione (anche se un tabù culturalmente accettato come tale, chiamiamolo insieme TC vi metterà in allarme da questo genere di pensieri: peccato che una mia pulsione personale, presa dall’insieme PP, mi suggerisce fortemente di fregarmene del vostro tabù TC).
Chiaramente, ciascuno dei quattro insiemi TC, TP, PC, PP, sono assolutamente soggettivi.
Le persone mediocri però tendono ad avere un quadrupla spaventosamente simile l’una all’altra.
Tanto per fare qualche esempio e provare ad essere un po’ meno criptico: tra i TC ci sono tutte quelle cose come il “non si devono giudicare gli altri”, “si deve essere coerenti e coraggiosi con le proprie scelte”, “non si devono avere preconcetti”, e cose così: che le persone ritengono vere come “qualità” di ciascuno, e che quindi sono tabù in quanto sono verità incontrovertibili e mai confutabili: e che peraltro ritengono di essere in grado di discriminare con precisione in ciascuno, convinti che siano qualità intrinseche e immutabili.
I TP sono più variabili, solitamente sono regole vincolanti che ciascun individuo si dà sulla base delle proprie esperienze (negative).
Le pulsioni sono più semplici, più o meno tutto quello che va dal freudiano a ciò che la cultura dei media ci allena a percepire come pulsione. Non servono grossi esempi in più.
Stabilito questo, la mia teoria mi fa notare che la comprensione che ciascuno di noi ha (o crede di avere) degli altri non è affatto lineare: poniamo da un lato la conoscenza superficiale e istintiva e dall’altro lato del largo fiume che ci separa, la riva della conoscenza profonda, la più profonda che pensate di poter raggiungere.
Tralasciamo le considerazioni sul fatto che probabilmente questo limite potrebbe non esistere, perchè la conoscenza degli altri si approfondisce sempre col passare del tempo, perchè in fondo questo vale anche per la conoscenza di noi stessi ed è abbastanza naturale che così come cambiano le persone, evolva anche la conoscenza.
La conoscenza superficiale è fatta di preconcetti, sensazioni, aspettative, insomma: istinto. La si costruisce in
fretta, sulla base di poche immagini e pochi scambi, poche informazioni.
La conoscenza profonda è scontatamente fatta di un lungo cammino e di difficili momenti in cui si deve riadattare sé stessi a ciò che si scopre, e accettarlo per proseguire, unendo tutto in una comprensione olisticamente coerente.
Tra l’altro la conoscenza superficiale è un processo egoistico, si può fare a prescindere dall’altro; la conoscenza profonda va necessariamente portata avanti in due, motivo per cui di fiumi se ne attraversano pochi.
Piuttosto banale: però anche le due definizioni date sopra non sfuggono ai TC.
Per tutti la superficialità è male, è un tabù inattaccabile, e l’andare in profondità non può essere che un segno di maturità e pienezza d’animo.
Davvero?
In realtà quel fiume da attraversare è per lo più inquinato, torbido, discontinuo.
Venendo a contatto condividiamo le pulsioni e i tabù, e se non sono compatibili nemmeno mettiamo il piede in acqua, o facciamo dietrofront appena possibile. Ma se proseguiamo, in modo del tutto acritico, accettiamo i tabù altrui i nome delle nostre pulsioni, siamo accondiscendenti, acritici, coltivando il più delle volte l’illusione di un’affinità elettiva che non c’è, che è ipocritamente costruita solo per vedere se si può arrivare dall’altra parte del fiume.
Ci si scambia le esperienze delle altre “traversate”, illudendosi ciascuno di aver chiari le proprie pulsioni e i propri tabù, e condividendoli con l’altra persona.
In verità, la riva della conoscenza superficiale è quella più istintiva, è più genuina e meno naturale di ciò che viene subito dopo. Certo, ci si può sbagliare, ma è più schietta, meno artefatta.
Anche l’altra riva è chiaramente un gran bel traguardo.
Ma nel mezzo del fiume non ci si rimane mai a lungo, la corrente prima o poi ci trascina via: le conoscenze poco radicate non durano, ci sarà un perchè.







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