OSI days 2011 e il paradosso indiano 0
Non era un luminoso pomeriggio d’agosto, come dicevano Elio e le Storie Tese, bensì un sabato, caldo, d’autunno: un numero imprecisato di ore, inflazionato dal fuso orario, e ”improvvisamente” una domenica mattina mi sono ritrovato a Bengaluru, semiaddormentato in un taxi malridotto e dai vetri scuri, diretto verso il Nimhans Convention Center, per gli Open Source India Days 2011.

Un impatto spiacevole con una città sporca e malmessa, un susseguirsi di detriti e traffico caotico che neppure un abitante di Roma può capire.
Baracche e insegne, pubblicità invadenti del mondo delle telecomunicazioni e dell’informatica che, dopo gli inglesi, colonizza l’India.
Un clima caldo ma piacevolmente mite, aria fresca e sole deciso, con tanta polvere e fumi inquinati.
Per fortuna, come ho avuto modo di raccontare, nei giorni successivi ho potuto conoscere il fascino più profondo dell’India.
Ma nei tre giorni di conferenza si tocca con mano l’orgoglio e l’ambizione indiana, nella loro “Silicon Valley”, per i progressi
della loro industria informatica. Per essere la più grande conferenza dell’Asia sul tema FOSS, è un po’ deludente.
Negli auditorium del Nimhans la cosa più evidente è che, a dispetto degli investimenti delle major IT, il livello di preparazione e di
partecipazione debba essere alzato.
Il livello dei talk non è sempre male, e le sponsorship sono quelle dei grandi nomi: Microsoft, Google, Yahoo!, tanto per citarne tre noti a chiunque.
Tuttavia, agli OSI days non manca soltanto il giusto livello di partecipazione (erano attese tremila persone, con la sala più
grande delle tre a disposizione, milleduecento posti a sedere, quasi sempre popolata da poche decine di persone), ma anche una maggiore attenzione ad identificare l’audience. Gli argomenti dell’open source, visti dal punto di vista prettamente tecnologico piuttosto che dal punto di vista più tipicamente business, si mescolano un po’ confusi nelle varie track.
Le track stesse non mi sono sembrate molto convincenti, si passava dalla track monotematica sul PHP (quella per cui Alessandro Nadalin è stato invitato nei suoi due speech) a quella generica sul web development. Passando per una database track, una sul FOSS e una sull’IT infrastructure.
Per quanto abbia gradito i panel condotti da alcuni speaker dell’industria del software occidentale unitamente agli outsourcer
indiani, e l’intervento in videoconferenza di Zeev Suraski, su resto ho visto più che altro un tentativo di improvvisare un corso di tecnologie open ai programmatori e studenti indiani. Come se l’intento principale fosse evangelizzare una forza lavoro mai abbastanza consapevole di ciò che le gira attorno, e un po’ imbarazzata e poco coinvolta nei talk (con poche eccezioni, e la pessima lingua inglese parlata dagli indiani non facilita il networking).
La tecnologia al momento è tutta rivolta al consumer finale, e quindi l’attenzione è tutta sulle major del web, ma perché coinvolgere solamente la comunità PHP? Non ho visto nessuna presenza rappresentativa dell’Apache Software Foundation, ad esempio. Peraltro mentre le tecnologie basate su PHP si stanno evolvendo, e ne sono personalmente contento e convinto della loro evoluzione, sembra che non ci sia abbastanza osmosi per permettere alle differenti parrocchie tecnologiche di parlarsi fra loro e recuperare tempo prezioso. Mi aspetto che questa consapevolezza sia presente negli speaker presenti a conferenze di questo tipo: tuttavia continuo a notare un bias eccessivo che porta molte persone a prediligere tutti e soli gli approcci propri del loro mondo, e non solo quindi del loro linguaggio preferito, ma di ogni cosa che è al momento lo stato dell’arte che queste persone conoscono.
Tanto per fare un esempio a me noto, non mi sembra che ci sia la giusta consapevolezza delle soluzioni e degli standard tecnologici propri del mondo Java, che nascono per esigenze proprie delle integrazioni B2B enterprise, e che sono spesso viste dalla comunità PHP come sovraingegnerizzazioni. Certamente lo sono, se ci si rapporta con soluzioni web di tipo diverso. Ma è innegabile che molte soluzioni proprie del mondo Java sono lì da almeno cinque o più anni, perché ci è voluto tanto per vederle transitare nel mondo dell’elefante blu? La conferenza parlava di modelli di business sostenibili e basati sull’open source, e chi ne parla dovrebbe andare un po’ oltre la solita scontata ideologia di base del software libero, valorizzato dalla comunità, come se per l’industria IT l’open source fosse meglio a prescindere. Per quanto sia da dieci anni un convinto sostenitore dell’open source, inizio a essere stanco della superficialità di questo approccio (e credo che approfondirò su questo blog l’argomento). Per fortuna alcune persone più illuminate hanno in parte affrontato quest’aspetto, come Gil Yehuda di Yahoo!.
Durante la visita che ci è stata offerta al dipartimento R&D di Dell (in un’area industriale dominata dai palazzi delle major, tra cui spiccava il bellissimo complesso di Yahoo!) ho avuto modo di parlare con uno degli sponsor dell’organizzazione, dipendente Dell, e fargli notare questi aspetti. Peraltro, anche quella visita è incominciata con il tentativo da parte del nostro ospite di coinvolgere i dipendenti Dell da lui convocati in una presentazione sul modo in cui gli speaker dell’OSI days si rapportavano con il mondo Open Source: partendo dall’abc.
Ora, aggiungerei qualche considerazione forse più banale, ma al solito certe banalità non sono tali quando le si tocca direttamente con mano.
Il Nimhans è un grande complesso ospedaliero. Arrivandoci puoi passare accanto a posti in cui la gente vive per strada e campa come può.
Strano ritrovarsi poco dopo a parlare di open source e sviluppo di tecnologie, quando a stento così tante persone sopravvivono e soddisfano i loro bisogni primari.
L’India ha vissuto una rivoluzione industriale condotta con ben poca attenzione alla sostenibilità. Sembra siano arrivati direttamente alla rivoluzione informatica, e vogliono colmare in fretta il gap. Un terzo mondo che ha creato un’economia in crescita basandosi sulla propria forza lavoro, ma per fare outsourcing alle aziende di IT occidentali.
Non so dire se tutto questo è giusto o sbagliato: sicuramente vorrei che gli investimenti che il resto del mondo sta facendo sull’India (come sugli altri paesi del gruppetto BRIC, a discapito della crisi finanziaria Europea), fossero usati per colmare il gap con uno sviluppo sostenibile, e non soltanto per permettere a quella parte di India informatizzata di raggiungere subito le comodità occidentali.
Hanno la possibilità di apprendere dai nostri errori, e di contribuire a un “flat world” libero da barriere sfruttando la fiducia che le opportunità finanziarie stanno creando.
Bengaluru è un cantiere aperto, le infrastrutture sono in costruzione (strade, metropolitana) e le pubblicità di nuovi appartamenti che invogliano al sogno di una casa si stanno moltiplicando. L’urbanizzazione è testimoniata dal fatto che Bengaluru stessa è una delle città con il tasso di crescita più alto del mondo.
Nessuna grande verità rivelata, ma non posso che essere curioso di sapere cosa sarà Bengaluru fra alcune decine d’anni, e come l’India avrà gestito queste enormi opportunità.







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