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  • on 06.04.2011
  • at 01:03
  • by alessandro

Il muro rosa 3

apr6

Quand’ero piccolo (ragionevolmente piccolo, insomma, diciamo intorno ai sei anni, forse qualcosa prima, adesso non posso ricordarmelo di preciso) ascoltavo la musica che ascoltava mio padre. Trattandosi di circa trent’anni fa, mi pare di ricordare che tra i primi ascolti a memoria di ex bambino ci fossero De André, Beethoven, Battisti, e i Pink Floyd.
Certo, c’era anche Lino Toffolo con Johnny Bassotto e Pippo Franco con Isotta, su qualche vinile a quarantacinque giri (ancora mi ricordo la copertina), però con tutto l’affetto per Lino e Pippo, non direi che abbiano segnato la mia vita. Musicalmente parlando, è chiaro, le tredici corsie di Isotta mi creavano qualche perplessità, lo ammetto.
Ma sto divagando, come al solito.

I Pink Floyd, dicevo. Il nome già mi piaceva, anche se alcune cose di quei vinili e di quei nastri erano un po’ inquietanti.
Non che mio padre fosse un accanito fan dei Pink Floyd tanto da avere ogni album, anzi qualche decennio dopo sono stato io a passargli gli album più vecchi. Ma insomma, era la fine degli anni settanta, io ero nato giusto quei quattro anni primi di quella cosetta che si chiama The Wall.
All’inizio, la cosa che mi piaceva di più era il rumore dell’elicottero e dell’areoplano, buttati là prima di Another Brick In The Wall: mi mettevo sulla poltrona gigante del salotto, e mi immaginavo alla guida del coso volante con il Pioneer d’alluminio che pompava a tutto volume. Esaltante.

Ieri sera, grazie a un mio vecchio amico (che non ringrazierò abbastanza per questo, grazie Fabrizio) mi sono ritrovato ad ascoltare il vecchio Waters esibirsi nell’ultimo tour di The Wall, a Milano.
Così, tra un lunedì e un martedì di una trasferta lavorativa milanese, ho potuto toccare finalmente con orecchio quello che è uno dei più grandi, stupendi, epici concept album della storia del rock, con tutto lo splendore della sua scenografia.
Si cercano punti di riferimento, nella vita. Beh, trent’anni di quest’album, e ancora è tutto lì. Una pietra, anzi un mattone, miliare.

We don't need no education

Waters, che a 68 anni canta ancora come nelle registrazioni da studio del ’79.
L’opera rock di The Wall, perfetta dall’inizio alla fine, con la sua violenta critica pacifista, aggiornata e rivista alla luce degli stessi errori umani ripetuti alla fine del secolo scorso.
Quasi diecimila persone, bombardate e scrutate dai suoni della battaglia, e dalle luci accecanti degli invisibili elicotteri che scrutavano la platea come sul campo di battaglia; e investite dalla potenza della chitarra che, seppur non imbracciata da David Gilmour, urlava rabbiosa con il medesimo sound (che io chiamo “chitarra pink floyd”, ed è quello che cercavo quando mi sono comprato la Stratocaster), suonata in cima al muro eretto durante lo spettacolo.
Muro che si è riempito per due ore di messaggi colorati, cupi e violenti, e dei ricordi di tanti che non ci sono più, portati via da guerre e battaglie degli ultimi settant’anni.
Quel muro che, metaforicamente, si è alzato fino all’ultimo mattone, dividendoci da Waters e dalla band, fino a che (al momento di The Show Must Go On), batterie e chitarre sono emerse dal pavimento.
Muro che poi è caduto, subito dopo The Trial.

E solo vedendolo dal vivo (mea infinita culpa per tutti gli spettacoli dal vivo che ho perso in questi anni) mi sono soffermato ad ascoltare e osservare alcune cose per la prima volta: come poteva essere diversamente? La musica che ti sembra familiare la ascolti sempre con lo stesso sapore e punto di vista, in fondo: e questa la ascolto da trent’anni.
E per quanto possa sembrare la solita retorica da “io c’ero”, beh, durante i primi brani mi sono commosso.
Cantare con Waters Mother (con l’attualissima “Mother, should I trust the government?”, seguita sul muro da una esplicita scritta “Col cazzo”), Nobody Home, Comfortably Numb, dopo tutte le volte che le ho suonate e cantate nella mia stanza, è stata un’esperienza profonda.

E solo dopo il concerto, ho paradossalmente letto il testo di Outside the Wall, che chiude il concept con la morale di Waters:

“Soli, o a coppie, quelli che davvero ti amano camminano su e giù fuori dal muro; qualcuno mano nella mano, qualcuno si riunisce in band. I cuori sanguinanti e gli artisti fanno la loro comparsa. E quando hanno dato tutto ciò che potevano, alcuni barcollano e cadono.
Dopo tutto, non è facile sbattere il tuo cuore contro un muro di pazzi”.

Ovvero, nessun uomo è un’isola.

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There are 3 comments for this post

  1. fabrizio scrive:

    Prego caro Alex :-) Sottoscrivo ogni singola sillaba di questo post… Indimenticabile è la prima parola che mi viene in mente, ma potrei usare tanti altri aggettivi. Grande Roger!

  2. Francesco scrive:

    When I was a child I had a fever; my hands felt just like two balloons.

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