Hinducollageflashback 1
Un iPad in mano e un viaggio di otto ore verso le rovine di Hampi, Karnataka, India del sud.
Strade buie e spesso strette, poche luci, polvere, e molti dossi artificiali e buche decisamente non artificiali.
L’autista e guida è di Bengaluru, e guida alla maniera indiana: sorpassi ovunque, anche in curve cieche, e nessuna distanza di sicurezza. Ma almeno non abusa del clacson, di notte. Di notte si limitano a tenere gli abbaglianti ferocemente accesi, e il conducente del veicolo che si lascia sorpassare non di rado gesticola dal finestrino per segnalare un pericolo o la via libera.
Ogni tanto qualche villaggio coerentemente malmesso, meno di qualche villaggio. Poche case. Nemmeno case, baracche o tende, a volte una sola luce illumina uno spazio che sembra il loro salotto familiare. Oppure persone addormentate. E poi di nuovo il nulla, alberi che intrecciano i rami da un lato all’altro della strada, oppure arbusti polverosi.
Tanti camion, a volte contromano, con luci sempre forti che però illuminano sempre e solo la strada, attorno la luce muore presto.
Poco prima, un controllo della polizia per prevenire agguati in una strada particolarmente deserta.
Ma non c’è tensione, nė stanchezza, sarà lo spirito d’avventura.
Prima ancora, raccontavo al mio compagno di viaggio le mie esperienze di programmatore software, mi ha fatto ritrovare un po’ me stesso: sarà lo spirito induistico.
Ma prima ancora, c’era il favoloso Palazzo di Mysore, vecchia capitale del Regno di Mysore e reggia del Maraja: fiabesco ed esoticamente lontano dentro quanto fuori. Rivaleggia con il Topkapi di Istanbul, e mi piange il cuore a non poter aggiungere immagini delle sue sale alla mia collezione fotografica.
E fuori dal cortile, accanto a un paio di dromedari, un paio di elefanti ammaestrati che raccolgono le monete con la proboscide per poi ringraziarti appoggiandola delicatamente in testa. Poggiare il palmo della mano sulla loro fronte e guardarli è un momento profondo.
E visitarlo a piedi scalzi, come è di rigore anche in ogni luogo sacro, è quasi riposante per i piedi stanchi dopo i lunghi giri tra le botteghe della città, e il suo bazar.
Il bazaar di Mysore: con i violenti colori delle polveri per tingere pelli e vestiti, gli odori del sandalo e le sue infinite varietà di verdure, ordinatamente disposte per essere acquistate. A volte io venditori possiedono banchi traboccanti ceste di colorata frutta e verdura, o sacchi di spezie, legumi e riso, altre volte magre persone di ogni età e sesso vendono pochissimi mucchietti, sempre ordinatamente separati, di un solo tipo di verdura. O solo foglie. E vedi ancora la dignitosa povertà, ma quella c’era anche fuori dal mercato. Uomini giovani o anziani, donne giovani o anziane, silenziosi sulle strade. Più o meno laceri e maleodoranti, soprattutto gli uomini sono spesso accasciati, addormentati, nella strada e sui muretti. Oppure i lavoratori più umili, che spingono un carretto di frutta, trasportano sacchi, sempre scalzi, anche se sono storpi.
Alla fine lo capisci, come sia possibile che si dica che al mondo così tante persone vivano con meno di un dollaro al giorno, se tu puoi avere una cena sontuosa al ristorante con pochi euro.
Li vedi accanto ai banchetti che vendono succo di canna da zucchero o papaya e meloni e ananas sbucciati e affettati, o quelle piccole banane che mi ricordano i racconti di mio nonno sull’Africa.
E fiori. Perché donne e uomini vendono anche quelli, in questo autunno indiano che sembra estate dal sole caldissimo e l’aria fresca e secca. Fiori gialli, soprattutto, raccolti in ghirlande lunghissime.
Puoi fotografare anche quelli, per aggiungere altro colore al colore dei ricordi già collezionati: momenti rubati alla loro vita quotidiana, oppure chiesti e spesso ottenuti con pose un po’ rigide, imbarazzate.
Non mi stanco mai di immortalare i loro costumi con la mia reflex, la varietà dei loro colori è armoniosa, i vestiti delle donne sono sempre eleganti, come il loro portamento, che abbiano pochi anni o diversi decenni. Le loro acconciature sono sempre sottolineate da nerissimi capelli intrecciati e pochi colorati ornamenti, anche nei villaggi più umili. Le scolaresche sono ordinate e festose, e le loro divise dimostrano il passato dell’Inghilterra colonialista. Anche le poche parole di inglese lo ricordano, parole dei bambini desiderosi di salutarci, o di fare foto con noi, di chiedere da dove veniamo e come ci chiamiamo. Lo fanno spesso sotto lo sguardo contento e orgoglioso delle loro madri.
A Bengaluru ci fermano anche per strada. Ma anche gli uomini e gli studenti, o famiglie intere, vogliono chiederci da dove veniamo, stringerci la mano, farsi una foto con noi.
Magari con il loro cellulare, come quei tre studenti al giardino botanico di Bengaluru, giovanissimi studenti di informatica, emozionati nel farsi a turno la foto con noi.
I bambini sono sempre particolarmente adorabili e dalle espressioni allegre anche se sono poveri, anche se vivono in casupole misere ai bordi di una strada statale, tra la polvere battuta e spazzata con ramazze dalle donne.
Perché stranamente spazzano via le strade polverose, anche se poi buttano via i rifiuti in plastica dove capita, e d’altronde non c’è sempre un secchio per la spazzatura.
Ma ti fermano anche per racimolare qualche spiccio, di solito cercando di venderti qualcosa, una cartolina, un trasporto in autorisciò. Solo nei luoghi dichiaratamente turistici la loro insistenza può mettere a dura prova la pazienza.
Solo coloro che soffrono delle peggiori e deturpanti miserie, chiedono la carità. E di miserie che piegano e segnano i loro corpi ce ne sono molte, troppe.
La carità la chiedono d’ufficio, come dovere morale di ogni induista, similmente ai musulmani, presso i templi. In quelli principali come in quelli piccoli e quasi improvvisati. Templi disadorni, a volte da fuori sembrano piccoli negozi, sempre percorsi da un’unica fila di persone che si muove verso il prete in attesa con il vassoio delle offerte, che accoglie sempre una fiamma ad olio, presidiando qualche immagine o statuetta, alle spalle del prete.
Ci sono anche i musulmani, li riconosci dal nero dei burka delle loro donne, anche se non sempre hanno il volto coperto.
E oltre le immagini che collezioni, ci sono i sinestetici ricordi degli odori buoni e cattivi, e dei sapori altrettanto violenti che hai provato sulle loro tavole, verdure e legumi preparati in elaborate e numerose varietà, che hai assaporato con le posate perché i tuoi standard igienici proprio non ti permettono di mangiarli con le mani come fanno loro.
E sono bastati solo un paio di giorni per questo collage.







[...] piacevolmente mite, aria fresca e sole deciso, con tanta polvere e fumi inquinati. Per fortuna, come ho avuto modo di raccontare, nei giorni successivi ho potuto conoscere il fascino più profondo [...]