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		<title>Obiettivamente</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 17:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni & rifrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>

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		<description><![CDATA[Poniamo il caso che io asserisca una cosa qualsiasi, ma cercando di essere il più obiettivo possibile. Che so, per esempio (la prima cosa che mi viene in mente mentre scrivo, giuro) che la fotografia non è mai, di per sé, una fedele trasposizione della realtà. E&#8217; obiettivo. Per esempio, dipende dall&#8217;attrezzatura, dalla resa dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>Poniamo il caso che io asserisca una cosa qualsiasi, ma cercando di essere il più obiettivo possibile.<br />
Che so, per esempio (la prima cosa che mi viene in mente mentre scrivo, giuro) che la fotografia non è mai, di per sé, una fedele trasposizione della realtà.</p>
<p>E&#8217; obiettivo.</p>
<p>Per esempio, dipende dall&#8217;attrezzatura, dalla resa dei colori della pellicola, o del sensore. Dall&#8217;obiettivo. E&#8217; obiettivo (ho scelto l&#8217;esempio sbagliato, ma ormai è tardi).<br />
Insomma, l&#8217;occhio umano percepisce diversamente la realtà direttamente rispetto a come la percepisce osservando una fotografia, stampata o su un video: è la grande bugia della fotografia, pur essendo una materializzazione della percezione di una percezione, è anch&#8217;essa una percezione.</p>
<p>A parte il fatto, obiettivo, che un&#8217;immagine stampata non è stereoscopica.</p>
<p>In tutto ciò credo di essere stato obiettivo, sicuramente sono obiettivo, nessuno può obiettarlo. O può farlo, ma deve obiettivamente ricorrere a qualche argomentazione dialettica che indebolisca la semantica delle parole e quindi cerchi la mancanza di obiettività in quella indirezione causata dal significante, attaccando una presunta poca obiettività del significante pur non potendo farlo con il significato puro.</p>
<p>Ma d&#8217;altronde è impossibile dialetticamente controbattere al significato puro, dal momento che la dialettica stessa non esiste senza significante. Anche questo è obiettivo, obiettivo alla seconda.</p>
<p>Quindi, seppur evitando il regresso all&#8217;infinito e accettando l&#8217;obiettività come schiava del significante, pur se così perdiamo il fascino del concetto obiettivo e vero in assoluto, possiamo concludere che essere obiettivi è di fatto un obiettivo non solo perseguibile e raggiungibile da chiunque, ma addirittura ineluttabile.<br />
D&#8217;altronde di rado ci dichiariamo poco obiettivi, e se lo facessimo (con grande onestà intellettuale) dimostreremmo grande obiettività, pur al prezzo di una non verità (ci dichiariamo non obiettivi e quindi lo siamo per il fatto che lo dichiariamo).</p>
<p>E quindi siamo tutti sempre obiettivi, sempre, a meno di non rinunciare al significante, quindi di non comunicare, e goderci il fatto che l&#8217;obiettività della percezione diventa reale solo nel momento in cui non la si comunica.<br />
E quindi se l&#8217;albero che cade nella foresta deserta fa rumore o meno non ce ne importa una beneamata fava, tanto non lo raccontiamo a nessuno, ma potrebbe essere obiettivamente caduto con rumore o meno.</p>
<p>Lo so, ho stuprato un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kōan" target="_blank">kōan</a>.</p>
<p>Per tacere di tutti i filosofi orientali e occidentali che stanno facendo rivoltamento sincronizzato nelle proprie tombe.</p>
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		<title>Ciao mamma, guarda come mi diverto (ad ogni Costa)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 12:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni & rifrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Non ho l&#8217;abitudine di commentare fatti d&#8217;attualità. Non vorrei nemmeno per sbaglio apparire come un&#8217;opinionista del web, preferisco fare riflessioni più ampie e contestualizzate solo vagamente: più che il contesto, preferisco lo spunto. E su questo contesto sarò volutamente vago: non sto scrivendo questo articolo con lo scopo di attirare visite sul mio blog: ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>Non ho l&#8217;abitudine di commentare fatti d&#8217;attualità.<br />
Non vorrei nemmeno per sbaglio apparire come un&#8217;opinionista del web, preferisco fare riflessioni più ampie e contestualizzate solo vagamente: più che il contesto, preferisco lo spunto.</p>
<p>E su questo contesto sarò volutamente vago: non sto scrivendo questo articolo con lo scopo di attirare visite sul mio blog: ho omesso ogni riferimento, a parte il gioco di parole nel titolo, chiaramente a prova di motore di ricerca.<br />
Lo leggerete in pochi, come normalmente accade, così che possa fare la mia critica di costume ferocemente e senza tema di passare dalla parte che sto criticando (tutto in un colpo solo).</p>
<p>Quindi, c&#8217;è stata una certa nave che pare si sia inclinata in acqua vicino a un&#8217;isola con il nome di un fiore.</p>
<p>Direi che ci siamo capiti.</p>
<p>Una tragedia di proporzioni sufficientemente grandi da occupare le prime pagine dei giornali nazionali per diversi giorni e monopolizzare un po&#8217; di media (che tra l&#8217;altro non stanno parlando di altri fatti comunque più che rilevanti, che non cito per gli stessi motivi già premessi).<br />
D&#8217;altronde ci sono i morti. E una importante società in ginocchio, che in questo mare di crisi (oops, volevo dire vento di crisi) non possiamo proprio trascurare.</p>
<p>Una storia che sembra fatta, al di là di ogni ragionevole dubbio, di un grossolano e fatale errore (commesso durante l&#8217;esercizio di una consuetudine ufficiosa e accettata), di incompetenza, di viltà.<br />
Una storia condita anche dalla contrapposizione di due uomini, affini nelle origini partenopee e nel mestiere, che incarnano lo Yin e lo Yang dell&#8217;Italia che ci piace tanto criticare.<br />
Perchè, si sa (o non si sa, forse), che l&#8217;italiano è un po&#8217; vittimista, un po&#8217; fatalista, un po&#8217; concreto, un po&#8217; si sente italiano medio e un po&#8217; elitario, è un po&#8217; un &#8220;vorrei, ma non posso&#8221;, si odia e si ama. Insomma, un popolo di contraddizioni. Quanto ce piace &#8216;sta cosa, per dirla alla romana.</p>
<p>Insomma, fosse un film o un libro, sarebbe sicuramente una trama molto popolare, facile da capire, d&#8217;impatto.</p>
<p>Sulle prime ho applicato un po&#8217; di sospensione del giudizio, un po&#8217; di <em><a href="di http://it.wikipedia.org/wiki/Aporia" target="_blank">aporia</a></em>.<br />
Troppe volte ho visto dettagli fondamentali poi clamorosamente smentiti, e non ho grande interesse nel seguire queste vicende come se fossero una serie tv. Ma certamente alla fine i fatti sono apparsi inconfutabili, il comportamento del signor Comandante appare a chiunque biasimabile, riprovevole, scandaloso, metteteci pure il termine che vi piace di più, non cambia.</p>
<p>La cosa che mi fa riflettere maggiormente è la reazione che si sta riscontrando in giro, e che ormai con Facebook e Twitter diventa facilmente &#8220;misurabile&#8221;. Gli strumenti social del web ci permettono di osservare fin troppo bene questi comportamenti, amplificandoli al tempo stesso: ognuno ha un proprio piccolo palco personale, se lo desidera (anche io in questo momento, naturalmente).</p>
<p>Vi piace così tanto dover dire la vostra ad ogni costo? Cercare l&#8217;ironia e il sarcasmo, pur di sentirvi partecipi? Siamo tornati al morboso gusto di partecipare al rituale lancio di uova marce all&#8217;individuo alla gogna?<br />
Non c&#8217;è alcuna &#8220;partecipazione collettiva&#8221; a un malessere di una società, in questi casi: solo la facile opportunità di dire la propria opinione sapendo che sarà quella giusta.<br />
Un felice ritrovarsi nell&#8217;ovvio, quasi stessimo tutti lì a commentare chi ha la mira migliore, con quell&#8217;uovo marcio.<br />
Un egocentrismo di scarto, fatto di acclamazione per chi riesce meglio nell&#8217;ironia.<br />
Magliette feroci e marketing della facile ironia per l&#8217;Uomo Vile, ipotetiche candidature politiche per l&#8217;Uomo Giusto.</p>
<p>Non ho nulla contro l&#8217;ironia su questo argomento, nessun moralismo: i miei siti e blog preferiti hanno trattato l&#8217;argomento senza risparmiarsi, e li ho letti comunque con piacere. Ma anche fare ironia è arte, se non avete l&#8217;acume per dire una cosa intelligente non diventerete migliori soltanto aggiungendo la vostra voce al coro del gregge.</p>
<p>Il tormentone è un mantra, lo recitate e vi sentite meglio; funziona quando è inventato sul palco di un cabaret, figuriamoci quando è così drammaticamente vero. Quanto è liberatorio, vero?</p>
<p>E&#8217; questo il tipo di comunanza che vi viene in mente quando pensate al nome della nave?</p>
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		<title>Crostata alle lacrime di coccodrillo</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 22:22:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Enogastronomia applicata]]></category>
		<category><![CDATA[crostata]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la rubrica &#8220;enogastronomia per tutti (ma soprattutto per me)&#8221;, di gran lunga la meno seguita di questo poliedrico ed eclettico blog, oggi vediamo come realizzare una crostata alle lacrime di coccodrillo. Innanzitutto, bisogna preparare il fondamentale della crostata: la pasta frolla. Per farlo, è sufficiente lurkare in giro sulla rete. Scoprirete così che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>Per la rubrica &#8220;enogastronomia per tutti (ma soprattutto per me)&#8221;, di gran lunga la meno seguita di questo poliedrico ed eclettico blog, oggi vediamo come realizzare una crostata alle lacrime di coccodrillo.</p>
<p>Innanzitutto, bisogna preparare il fondamentale della crostata: la pasta frolla.<br />
Per farlo, è sufficiente <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lurker">lurkare </a>in giro sulla rete. Scoprirete così che si tratta di una sostanza fondamentale esistente in natura, composta prevalentemente da un atomo di Burro (Bu), uno di Zucchero (Zu) e due di Farina (Fa), il tutto conglomerato dall&#8217;eccipiente Uovo (Uo). Il Fa2BuZu si forma allo stato di polvere solida, e con l&#8217;aiuto dell&#8217;eccipiente lo dovrete ridurre a forma di plasma primordiale.<br />
La cosa interessante è che, grazie alla complessa teoria esoterica delle proporzioni fra gli atomi della sostanza frollosa, potrete ritrovarvi con una semplice svista con un quantitativo smodato di Fa2BuZu.<br />
Se ne avanza, fateci una statuetta votiva (a forma di coccodrillo piangente, magari).</p>
<p>Quindi, posto che siate in grado tranquillamente di procurarvi il composto basilare di cui sopra, resta il vero problema: le lacrime di coccodrillo.<br />
Per ottenerle, è necessario che:<br />
1. dichiarate a voi stessi che l&#8217;intenzione di fare una crostata non ha nulla a che vedere con basse motivazioni di gola, e la offrirete a tutti i vostri amici, conoscenti, coinquilini, vicini di casa, colleghi di partito, simpatizzanti della vostra stessa squadra, estranei il cui nome o cognome sia un anagramma del vostro;<br />
2. dichiarate a voi stessi (con più convinzione di prima, questa volta), che è il caso che la smettiate di continuare a bere e mangiare sostanze anti-fegato, senza tirare in ballo assurde scuse sulla genuinità della roba che mangiate e bevete: carne rossa e vino rosso faranno pure sangue, ma sopra un certo quantitativo vi servirà una trasfusione;<br />
3. vi procuriate una marmellata con cui farcire la prima crostata, che poi divorerete di nascosto al termine di pasti fintamente frugali, avendo avuto cura di alzare il numero di pasti della giornata da tre a sei o otto, includendo prima e seconda colazione, il brunch, il pranzo, la merenda, l&#8217;aperitivo, la cena e lo spuntino di mezzanotte.</p>
<p>Io ho usato quella di more. A occhio, per 400 grammi di marmellata di more si possono distillare 50 ml di lacrime di coccodrillo, purtroppo non sufficienti per la prossima crostata.<br />
Dovrò fare altre crostate.</p>
<div><a href="http://www.alessandrolombardi.com/blog/wp-content/uploads/2012/01/esperimenti_in_cucina_2012-01-17-01-28-41_0016.jpg" rel="lightbox[2409]"><img class="alignleft size-medium wp-image-2411" title="crostata" src="http://www.alessandrolombardi.com/blog/wp-content/uploads/2012/01/esperimenti_in_cucina_2012-01-17-01-28-41_0016-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></div>
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		<title>Esperimenti enogastronomici #1</title>
		<link>http://www.alessandrolombardi.com/blog/esperimenti-enogastronomici-1.html</link>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 23:21:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Enogastronomia applicata]]></category>

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		<description><![CDATA[In realtà non è certo il primo esperimento, ma è il primo che riporto qui e quindi si merita il suo &#8220;#1&#8243;. La prossima volta darò un titolo più significativo, e magari ci metto una foto da scattare prima di mangiarmi voracemente il tutto. Ingredienti: cavatelli freschi, pomodorini, carpaccio di pesce spada, rucola, fiori di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <div>
<p>In realtà non è certo il primo esperimento, ma è il primo che riporto qui e quindi si merita il suo &#8220;#1&#8243;.</p>
<p>La prossima volta darò un titolo più significativo, e magari ci metto una foto da scattare prima di mangiarmi voracemente il tutto.</p>
<p>Ingredienti:</p>
<p>cavatelli freschi, pomodorini, carpaccio di pesce spada, rucola, fiori di zucca, peperoncino, timo, pepe rosa, aglio, olio.</p>
<p>Aggiungere un amico, o se preferite più amici, a piacere.</p>
<p>Per le quantità, fate un po&#8217; voi (per gli ingredienti da padella come per gli amici).</p>
<p>Dunque, la ricetta sperimentata è più o meno questa:</p>
<p>Prendete una pentola, metteteci dell&#8217;acqua, del sale, della rucola Q.B., e accendete del fuoco; assicuratevi che il fuoco arda sotto la pentola, e non altrove.</p>
<p>Prendete una padella; metteteci dell&#8217;olio Q.B., del peperoncino, dell&#8217;aglio, il carpaccio di pesce spada tagliato in parallepipedoidi tridimensionali o altre cubiche di vostro gradimento, con il timo e il pepe rosa: tutto chiaramente Q.B.</p>
<p>Aggiungete i pomodorini tagliati dopo aver soffritto il tutto Q.B. Se volete sentirvi importanti, tagliateli prima: altrimenti, non per sminuire il vostro impegno, potete tagliarli direttamente sulla padella.</p>
<p>Neanche a dirlo, anche sotto la padella dovrete accendere il fuoco.</p>
<p>Sbollentate i fiori di zucca nell&#8217;acqua bollente della pasta (ancora non ci avete messo la pasta, no? No, non vi ho detto di farlo).</p>
<p>Quando è giunto il momento (voi sapete quando, no?) buttate la pasta (quanta? beh, Q.B).</p>
<p>Scolate il tutto, rucola e pasta, e fatele fare un giro in padella, insieme al resto. Ma prima togliete i fiori di zucca e tagliuzzateli in padella.</p>
<p>Riempiteci i piatti e aprite la bottiglia di Capichera che avevate precedentemente messo in frigo per portarla alla temperatura indicativa di tot gradi meno di quello che fa in stanza, ma non troppo tot.</p>
<p>Per gli argomenti di conversazione, confido nella vostra creatività.</p>
</div>
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		</item>
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		<title>Comodo, Dio, faccio a modo mio</title>
		<link>http://www.alessandrolombardi.com/blog/comodo-dio-faccio-a-modo-mio.html</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 01:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[riflessioni & rifrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>

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		<description><![CDATA[Un Dio? Oh, mi farebbe proprio comodo un Dio. Uno qualsiasi, quello che funziona meglio con la vostra astratta idea di mondo di uomini. Quella Cosa Eterea sbandierata come inaccessibile, ma suprema realtà trascendente vicina a tutti noi, che guarda caso è il modello più scontato, comodo e consumabile per chiunque per interpretare la realtà. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>Un Dio? Oh, mi farebbe proprio comodo un Dio.<br />
Uno qualsiasi, quello che funziona meglio con la vostra astratta idea di mondo di uomini. Quella Cosa Eterea sbandierata come inaccessibile, ma suprema realtà trascendente vicina a tutti noi, che guarda caso è il modello più scontato, comodo e consumabile per chiunque per interpretare la realtà. Un Dio astratto e irrazionale, eppure così semplice da spiegare gli uomini agli uomini e dare coerenza alle nostre incoerenze. Una spiegazione per il fine di ogni cosa, per la fine di ogni cosa. <br />
Oh, mi farebbe proprio comodo. <br />
Ma, chissà perché, ho più soddisfazione facendo a modo mio. </p>
]]></content:encoded>
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		<title>OSI days 2011 e il paradosso indiano</title>
		<link>http://www.alessandrolombardi.com/blog/osi-days-2011-e-il-paradosso-indiano.html</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 18:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
				<category><![CDATA[job]]></category>
		<category><![CDATA[2011]]></category>
		<category><![CDATA[dnsee]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
		<category><![CDATA[osidays]]></category>

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		<description><![CDATA[Non era un luminoso pomeriggio d&#8217;agosto, come dicevano Elio e le Storie Tese, bensì un sabato, caldo, d&#8217;autunno: un numero imprecisato di ore, inflazionato dal fuso orario, e &#8221;improvvisamente&#8221; una domenica mattina mi sono ritrovato a Bengaluru, semiaddormentato in un taxi malridotto e dai vetri scuri, diretto verso il Nimhans Convention Center, per gli Open Source India Days 2011. Un impatto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>Non era un luminoso pomeriggio d&#8217;agosto, come dicevano Elio e le Storie Tese, bensì un sabato, caldo, d&#8217;autunno: un numero imprecisato di ore, inflazionato dal fuso orario, e &#8221;improvvisamente&#8221; una domenica mattina mi sono ritrovato a Bengaluru, semiaddormentato in un taxi malridotto e dai vetri scuri, diretto verso il Nimhans Convention Center, per gli <a href="http://2011.osidays.com/">Open Source India Days 2011</a>.<br />
<a href="http://www.alessandrolombardi.com/blog/wp-content/uploads/2011/11/osidays2011.png" rel="lightbox[2357]"><img class="size-medium wp-image-2368 aligncenter" title="OSI days 2011" src="http://www.alessandrolombardi.com/blog/wp-content/uploads/2011/11/osidays2011-300x199.png" alt="OSI days 2011" width="300" height="199" /></a><br />
Un impatto spiacevole con una città sporca e malmessa, un susseguirsi di detriti e traffico caotico che neppure un abitante di Roma può capire.<br />
Baracche e insegne, pubblicità invadenti del mondo delle telecomunicazioni e dell&#8217;informatica che, dopo gli inglesi, colonizza l&#8217;India.<br />
Un clima caldo ma piacevolmente mite, aria fresca e sole deciso, con tanta polvere e fumi inquinati.<br />
Per fortuna, <a href="http://www.alessandrolombardi.com/blog/hinducollageflashback.html" target="_self">come ho avuto modo di raccontare</a>, nei giorni successivi ho potuto conoscere il fascino più profondo dell&#8217;India.</p>
<p>Ma nei tre giorni di conferenza si tocca con mano l&#8217;orgoglio e l&#8217;ambizione indiana, nella loro &#8220;Silicon Valley&#8221;, per i progressi<br />
della loro industria informatica. Per essere la più grande conferenza dell&#8217;Asia sul tema <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Free_and_Open_Source_Software">FOSS</a>, è un po&#8217; deludente.<br />
Negli auditorium del Nimhans la cosa più evidente è che, a dispetto degli investimenti delle major IT, il livello di preparazione e di<br />
partecipazione debba essere alzato.<br />
Il livello dei talk non è sempre male, e le sponsorship sono quelle dei grandi nomi: Microsoft, Google, Yahoo!, tanto per citarne tre noti a chiunque.<br />
Tuttavia, agli OSI days non manca soltanto il giusto livello di partecipazione (erano attese tremila persone, con la sala più<br />
grande delle tre a disposizione, milleduecento posti a sedere, quasi sempre popolata da poche decine di persone), ma anche una maggiore attenzione ad identificare l&#8217;audience. Gli argomenti dell&#8217;open source, visti dal punto di vista prettamente tecnologico piuttosto che dal punto di vista più tipicamente business, si mescolano un po&#8217; confusi nelle varie track.<br />
Le track stesse non mi sono sembrate molto convincenti, si passava dalla track monotematica sul PHP (<a href="http://www.odino.org/394/osidays-2011-wrapup">quella per cui Alessandro Nadalin</a> è stato invitato nei suoi due speech) a quella generica sul web development. Passando per una database track, una sul FOSS e una sull&#8217;IT infrastructure.<br />
Per quanto abbia gradito i panel condotti da alcuni speaker dell&#8217;industria del software occidentale unitamente agli outsourcer<br />
indiani, e l&#8217;intervento in videoconferenza di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zeev_Suraski">Zeev Suraski</a>, su resto ho visto più che altro un tentativo di improvvisare un corso di tecnologie open ai programmatori e studenti indiani. Come se l&#8217;intento principale fosse evangelizzare una forza lavoro mai abbastanza consapevole di ciò che le gira attorno, e un po&#8217; imbarazzata e poco coinvolta nei talk (con poche eccezioni, e la pessima lingua inglese parlata dagli indiani non facilita il networking).<br />
La tecnologia al momento è tutta rivolta al consumer finale, e quindi l&#8217;attenzione è tutta sulle major del web, ma perché coinvolgere solamente la comunità PHP? Non ho visto nessuna presenza rappresentativa dell&#8217;Apache Software Foundation, ad esempio. Peraltro mentre le tecnologie basate su PHP si stanno evolvendo, e ne sono personalmente contento e convinto della loro evoluzione, sembra che non ci sia abbastanza osmosi per permettere alle differenti parrocchie tecnologiche di parlarsi fra loro e recuperare tempo prezioso. Mi aspetto che questa consapevolezza sia presente negli speaker presenti a conferenze di questo tipo: tuttavia continuo a notare un bias eccessivo che porta molte persone a prediligere tutti e soli gli approcci propri del loro mondo, e non solo quindi del loro linguaggio preferito, ma di ogni cosa che è al momento lo stato dell&#8217;arte che queste persone conoscono.</p>
<p>Tanto per fare un esempio a me noto, non mi sembra che ci sia la giusta consapevolezza delle soluzioni e degli standard tecnologici propri del mondo Java, che nascono per esigenze proprie delle integrazioni B2B enterprise, e che sono spesso viste dalla comunità PHP come sovraingegnerizzazioni. Certamente lo sono, se ci si rapporta con soluzioni web di tipo diverso. Ma è innegabile che molte soluzioni proprie del mondo Java sono lì da almeno cinque o più anni, perché ci è voluto tanto per vederle transitare nel mondo dell&#8217;elefante blu?  La conferenza parlava di modelli di business sostenibili e basati sull&#8217;open source, e chi ne parla dovrebbe andare un po&#8217; oltre la solita scontata ideologia di base del software libero, valorizzato dalla comunità, come se per l&#8217;industria IT l&#8217;open source fosse meglio a prescindere. Per quanto sia da dieci anni un convinto sostenitore dell&#8217;open source, inizio a essere stanco della superficialità di questo approccio (e credo che approfondirò su questo blog l&#8217;argomento). Per fortuna alcune persone più illuminate hanno in parte affrontato quest&#8217;aspetto, come <a href="http://2011.osidays.com/users/yehuda">Gil Yehuda</a> di Yahoo!.</p>
<p>Durante la visita che ci è stata offerta al dipartimento R&amp;D di Dell (in un&#8217;area industriale dominata dai palazzi delle major, tra cui spiccava il bellissimo complesso di Yahoo!) ho avuto modo di parlare con uno degli sponsor dell&#8217;organizzazione, dipendente Dell, e fargli notare questi aspetti. Peraltro, anche quella visita è incominciata con il tentativo da parte del nostro ospite di coinvolgere i dipendenti Dell da lui convocati in una presentazione sul modo in cui gli speaker dell&#8217;OSI days si rapportavano con il mondo Open Source: partendo dall&#8217;abc.</p>
<p>Ora, aggiungerei qualche considerazione forse più banale, ma al solito certe banalità non sono tali quando le si tocca direttamente con mano.</p>
<p>Il Nimhans è un grande complesso ospedaliero. Arrivandoci puoi passare accanto a posti in cui la gente vive per strada e campa come può.<br />
Strano ritrovarsi poco dopo a parlare di open source e sviluppo di tecnologie, quando a stento così tante persone sopravvivono e soddisfano i loro bisogni primari.<br />
L&#8217;India ha vissuto una rivoluzione industriale condotta con ben poca attenzione alla sostenibilità. Sembra siano arrivati direttamente alla rivoluzione informatica, e vogliono colmare in fretta il gap. Un terzo mondo che ha creato un&#8217;economia in crescita basandosi sulla propria forza lavoro, ma per fare outsourcing alle aziende di IT occidentali.</p>
<p>Non so dire se tutto questo è giusto o sbagliato: sicuramente vorrei che gli investimenti che il resto del mondo sta facendo sull&#8217;India (come sugli altri paesi del gruppetto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/BRIC">BRIC</a>, a discapito della crisi finanziaria Europea), fossero usati per colmare il gap con uno sviluppo sostenibile, e non soltanto per permettere a quella parte di India informatizzata di raggiungere subito le comodità occidentali.<br />
Hanno la possibilità di apprendere dai nostri errori, e di contribuire a un &#8220;flat world&#8221; libero da barriere sfruttando la fiducia che le opportunità finanziarie stanno creando.<br />
Bengaluru è un cantiere aperto, le infrastrutture sono in costruzione (strade, metropolitana) e le pubblicità di nuovi appartamenti che invogliano al sogno di una casa si stanno moltiplicando. L&#8217;urbanizzazione è testimoniata dal fatto che Bengaluru stessa è una delle città con il tasso di crescita più alto del mondo.</p>
<p>Nessuna grande verità rivelata, ma non posso che essere curioso di sapere cosa sarà Bengaluru fra alcune decine d&#8217;anni, e come l&#8217;India avrà gestito queste enormi opportunità.</p>
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		<title>Hinducollageflashback</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2011 12:51:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[India]]></category>

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		<description><![CDATA[Un iPad in mano e un viaggio di otto ore verso le rovine di Hampi, Karnataka, India del sud.  Strade buie e spesso strette, poche luci, polvere, e molti dossi artificiali e buche decisamente non artificiali.  L&#8217;autista e guida è di Bengaluru, e guida alla maniera indiana: sorpassi ovunque, anche in curve cieche, e nessuna [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>Un iPad in mano e un viaggio di otto ore verso le rovine di Hampi, Karnataka, India del sud. <br />
Strade buie e spesso strette, poche luci, polvere, e molti dossi artificiali e buche decisamente non artificiali. <br />
L&#8217;autista e guida è di Bengaluru, e guida alla maniera indiana: sorpassi ovunque, anche in curve cieche, e nessuna distanza di sicurezza. Ma almeno non abusa del clacson, di notte. Di notte si limitano a tenere gli abbaglianti ferocemente accesi, e il conducente del veicolo che si lascia sorpassare non di rado gesticola dal finestrino per segnalare un pericolo o la via libera. <br />
Ogni tanto qualche villaggio coerentemente malmesso, meno di qualche villaggio. Poche case. Nemmeno case, baracche o tende, a volte una sola luce illumina uno spazio che sembra il loro salotto familiare. Oppure persone addormentate. E poi di nuovo il nulla, alberi che intrecciano i rami da un lato all&#8217;altro della strada, oppure arbusti polverosi. <br />
Tanti camion, a volte contromano,  con luci sempre forti che però illuminano sempre e solo la strada, attorno la luce muore presto. <br />
Poco prima, un controllo della polizia per prevenire agguati in una strada particolarmente deserta. <br />
Ma non c&#8217;è tensione, nė stanchezza, sarà lo spirito d&#8217;avventura. <br />
Prima ancora, raccontavo al mio compagno di viaggio le mie esperienze di programmatore software, mi ha fatto ritrovare un po&#8217; me stesso: sarà lo spirito induistico. </p>
<p>Ma prima ancora, c&#8217;era il favoloso Palazzo di Mysore, vecchia capitale del Regno di Mysore e reggia del Maraja: fiabesco ed esoticamente lontano dentro quanto fuori. Rivaleggia con il Topkapi di Istanbul, e mi piange il cuore a non poter aggiungere immagini delle sue sale alla mia collezione fotografica. <br />
E fuori dal cortile, accanto a un paio di dromedari, un paio di elefanti ammaestrati che raccolgono le monete con la proboscide per poi ringraziarti appoggiandola delicatamente in testa. Poggiare il palmo della mano sulla loro fronte e guardarli è un momento profondo. <br />
E visitarlo a piedi scalzi, come è di rigore anche in ogni luogo sacro, è quasi riposante per i piedi stanchi dopo i lunghi giri tra le botteghe della città, e il suo bazar. <br />
Il bazaar di Mysore: con i violenti colori delle polveri per tingere pelli e vestiti, gli odori del sandalo e le sue infinite varietà di verdure, ordinatamente disposte per essere acquistate. A volte io venditori possiedono banchi traboccanti ceste di colorata frutta e verdura, o sacchi di spezie, legumi e riso, altre volte magre persone di ogni età e sesso vendono pochissimi mucchietti, sempre ordinatamente separati, di un solo tipo di verdura. O solo foglie. E vedi ancora la dignitosa povertà, ma quella c&#8217;era anche fuori dal mercato. Uomini giovani o anziani, donne giovani o anziane, silenziosi sulle strade. Più o meno laceri e maleodoranti, soprattutto gli uomini sono spesso accasciati, addormentati, nella strada e sui muretti. Oppure i lavoratori più umili, che spingono un carretto di frutta, trasportano sacchi, sempre scalzi, anche se sono storpi. <br />
Alla fine lo capisci, come sia possibile che si dica che al mondo così tante persone vivano con meno di un dollaro al giorno, se tu puoi avere una cena sontuosa al ristorante con pochi euro. <br />
Li vedi accanto ai banchetti che vendono succo di canna da zucchero o papaya e meloni e ananas sbucciati e affettati, o quelle piccole banane che mi ricordano i racconti di mio nonno sull&#8217;Africa. <br />
E fiori. Perché donne e uomini vendono anche quelli, in questo autunno indiano che sembra estate dal sole caldissimo e l&#8217;aria fresca e secca. Fiori gialli, soprattutto, raccolti in ghirlande lunghissime. <br />
Puoi fotografare anche quelli, per aggiungere altro colore al colore dei ricordi già collezionati: momenti rubati alla loro vita quotidiana, oppure chiesti e spesso ottenuti con pose un po&#8217; rigide, imbarazzate. <br />
Non mi stanco mai di immortalare i loro costumi con la mia reflex, la varietà dei loro colori è armoniosa, i vestiti delle donne sono sempre eleganti, come il loro portamento, che abbiano pochi anni o diversi decenni. Le loro acconciature sono sempre sottolineate da nerissimi capelli intrecciati e pochi colorati ornamenti, anche nei villaggi più umili. Le scolaresche sono ordinate e festose, e le loro divise dimostrano il passato dell&#8217;Inghilterra colonialista. Anche le poche parole di inglese lo ricordano, parole dei bambini desiderosi di salutarci, o di fare foto con noi, di chiedere da dove veniamo e come ci chiamiamo. Lo fanno spesso sotto lo sguardo contento e orgoglioso delle loro madri. <br />
A Bengaluru ci fermano anche per strada. Ma anche gli uomini e gli studenti, o famiglie intere, vogliono chiederci da dove veniamo, stringerci la mano, farsi una foto con noi.<br />
Magari con il loro cellulare, come quei tre studenti al giardino botanico di Bengaluru, giovanissimi studenti di informatica, emozionati nel farsi a turno la foto con noi.<br />
I bambini sono sempre particolarmente adorabili e dalle espressioni allegre anche se sono poveri, anche se vivono in casupole misere ai bordi di una strada statale, tra la polvere battuta e spazzata con ramazze dalle donne. <br />
Perché stranamente spazzano via le strade polverose, anche se poi buttano via i rifiuti in plastica dove capita, e d&#8217;altronde non c&#8217;è sempre un secchio per la spazzatura. <br />
Ma ti fermano anche per racimolare qualche spiccio, di solito cercando di venderti qualcosa, una cartolina, un trasporto in autorisciò. Solo nei luoghi dichiaratamente turistici la loro insistenza può mettere a dura prova la pazienza.<br />
Solo coloro che soffrono delle peggiori e deturpanti miserie, chiedono la carità. E di miserie che piegano e segnano i loro corpi ce ne sono molte, troppe. <br />
La carità la chiedono d&#8217;ufficio, come dovere morale di ogni induista, similmente ai musulmani, presso i templi. In quelli principali come in quelli piccoli e quasi improvvisati. Templi disadorni, a volte da fuori sembrano piccoli negozi, sempre percorsi da un&#8217;unica fila di persone che si muove verso il prete in attesa con il vassoio delle offerte, che accoglie sempre una fiamma ad olio, presidiando qualche immagine o statuetta, alle spalle del prete.<br />
Ci sono anche i musulmani, li riconosci dal nero dei burka delle loro donne, anche se non sempre hanno il volto coperto.<br />
E oltre le immagini che collezioni, ci sono i sinestetici ricordi degli odori buoni e cattivi, e dei sapori altrettanto violenti che hai provato sulle loro tavole, verdure e legumi preparati in elaborate e numerose varietà, che hai assaporato con le posate perché i tuoi standard igienici proprio non ti permettono di mangiarli con le mani come fanno loro. </p>
<p>E sono bastati solo un paio di giorni per questo collage. </p>
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		<title>L&#8217;acqua elegante</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 18:46:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;enormità del mare se ne sta lì a lasciarsi superficialmente disturbare con un misto di irritazione e rapidissimo divertimento, veli fugacemente compatti e trasparenti si alzano a volte solidi per poi frammentarsi in una miriade di chicchi spumosi, nettamente separati eppure uniti nel rituffarsi velocissimamente alla mia destra, in un&#8217;infinità di impatti giocosi e violenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>L&#8217;enormità del mare se ne sta lì a lasciarsi superficialmente disturbare con un misto di irritazione e rapidissimo divertimento, veli fugacemente compatti e trasparenti si alzano a volte solidi per poi frammentarsi in una miriade di chicchi spumosi, nettamente separati eppure uniti nel rituffarsi velocissimamente alla mia destra, in un&#8217;infinità di impatti giocosi e violenti, per tornare a una calma seria e indistinta.<br />
E di contorno il fuoco del sole che fa apparire arcobaleni reali, vicini, eppure indistintamente immaginifici, avanti a tutto e dietro a tutto, sfocati e colorati.<br />
E la terra ha forme rassicuranti e rilassate, appaganti solo se catturate con tutta l&#8217;estensione dei sensi.<br />
E in un continuo, incessante e rumoroso si ripete lo spettacolo, difficile da catturare come quello che sto pensando, è già difficile pensare le emozioni in parole perché perdono pezzi: forse nessun pensiero troppo profondo può mai essere scritto in parole.<br />
L&#8217;acqua è elegante, la serenità è elegante, e in un umile, neutro, trionfo di pensieri e parole che collimano, sono Re di me stesso.</p>
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		<title>Apologia dell&#8217;egoista</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 22:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mind(less)]]></category>
		<category><![CDATA[nonsense]]></category>

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		<description><![CDATA[Se sei egoista, pensi prima a te stesso e poi agli altri. Se pensi di più a te stesso, ti curi maggiormente del tuo corpo e del tuo spirito. Se ti curi maggiormente del tuo corpo e del tuo spirito sarai più sereno, più in armonia con ciò che ti circonda, e più preparato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>Se sei egoista, pensi prima a te stesso e poi agli altri.<br />
Se pensi di più a te stesso, ti curi maggiormente del tuo corpo e del tuo spirito.<br />
Se ti curi maggiormente del tuo corpo e del tuo spirito sarai più sereno, più in armonia con ciò che ti circonda, e più preparato a cogliere le opportunità che ti si presentano.<br />
Se sei più sereno, equilibrato e reattivo, hai più pensieri ed emozioni da condividere, e hai meno bisogno degli altri.<br />
Se condividi di più senza chiedere nulla in cambio, diventi altruista e sei più apprezzato perché dai e non chiedi.</p>
<p>Se sei altruista, lo fai perché devi compiacere il tuo ego sentendoti utile e apprezzato dagli altri.</p>
<p>Se scegli consapevolmente l&#8217;egoismo, sarai inconsapevolmente altruista. Se scegli consapevolmente l&#8217;altruismo, sarai inconsapevolmente egoista.</p>
<p>Se diventi consapevole del tuo (ego/altru)ismo, quale che sia l&#8217;-ismo di partenza, hai inventato il moto perpetuo dell&#8217;attitudine sociale (non so cosa ci potrai fare, ma potrebbe essere utile per un tuo cammino personale verso una psicosi bipolare).</p>
<p>Potete rileggerla declinata al femminile, ma sempre tenendo conto che sono pensieri scaturiti negli ottanta gradi Celsius di una sauna.</p>
<p>Quindi la morale di tutto ciò è: riflettete sempre a temperatura ambiente, e non trascrivete i vostri pensieri su un blog bevendo grappa.</p>
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		<title>A Istanbul</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 18:56:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>alessandro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>

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		<description><![CDATA[A Istanbul ci sono così tanti tassisti che non hai bisogno di chiamarli, ti basta pensare che ti serva uno strappo e loro sono già lì (pronti a fregarti). Hanno quasi tutti la stessa Fiat improbabile e conosciuta solo a loro, con il volante in finto marmo e la puzza di interni polverosi. Immancabilmente gialla. A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- wp-jquery-lightbox, a WordPress plugin by ulfben --> <p>A Istanbul ci sono così tanti tassisti che non hai bisogno di chiamarli, ti basta pensare che ti serva uno strappo e loro sono già lì (pronti a fregarti). Hanno quasi tutti la stessa Fiat improbabile e conosciuta solo a loro, con il volante in finto marmo e la puzza di interni polverosi. Immancabilmente gialla.<br />
A Istanbul tutti guidano come se fosse l&#8217;ultima cosa che devono fare nella vita, fiondandosi su e giù per i saliscendi tortuosi, affrontando il traffico come nemmeno il più avvelenato degli automobilisti romani. Solo che loro non sono nervosi, hanno solo fretta. Di fare un altro giro.<br />
A Istanbul la polizia ferma le macchine come se avesse finalmente beccato l&#8217;ultimo pronipote turco di Al Capone. Nel frattempo, le moto passano senza casco e con la targa inclinata esattamente al contrario dei motocoatti romani: attaccata sul sottocoda.<br />
Da quando i sultani si facevano fare le carrozze a Torino, qualcosa deve essere andato storto.<br />
A Istanbul i commercianti si riuniscono ancora in zone con alta specializzazione: c&#8217;è il negozio di ventole, di innaffiatoi, di catene. Al Gran Bazaar pare che aspettino solo il prossimo film di James Bond per girare una scena di inseguimenti rocamboleschi fra le botteghe. E probabilmente alla fine ti vendono anche James Bond. E no, non basta un anello per fare innamorare una donna, ma i mercanti proveranno a convincerti anche così, con la voce teatralmente impostata.<br />
A Istanbul la mamma li ha convinti a mangiare la frutta, e a bere spremute di arancia (chiaramente nella via degli spremitori di arance). E a non bere. Beh, o quasi.<br />
A Istanbul la mamma li ha anche convinti a lavarsi sempre i piedi. Ovunque.<br />
A Istanbul i minareti lanciano cantilenanti e monotone litanie decine di volte al giorno, ma tutti li prendono molto sul serio (ma ormai nessuno ci sale più in cima, bastano gli altoparlanti).<br />
A Istanbul i ponti sono colorati come alberi di natale, anche se non credo facciano alberi di natale. E sono decisamente più lunghi delle vacanze di Natale.<br />
A Istanbul ci sono più dolci al miele e frutta secca e kebab che taxi, ma non è escluso che infilino i taxi su uno spiedo o lo immergano nel miele.<br />
A Istanbul non scrivono sui muri e non insozzano le strade. In compenso, gli ideogrammi arabeggianti abbondano in ogni edificio anche solo lontanamente legato all&#8217;Islam.<br />
A Istanbul, molte donne e ragazze portano lo chador e il trench, anche se fa caldo. E quelle poche che hanno il burka (rigorosamente nero) avranno le loro buone ragioni.<br />
A Istanbul i cani non si muovono mai, sono fermi immobili e stecchiti in pose plastiche, rigorosamente zampe all&#8217;aria.<br />
A Istanbul non ci sono più sultani, ma quelli che c&#8217;erano non avevano vita facile: si circondavano di donne che volevano diventare la prossima madre del nuovo sultano, e la madre attuale gli diceva cosa fare (oltre a fargli mangiare frutta e lavarsi i piedi, è chiaro).<br />
A Istanbul c&#8217;è l&#8217;Europa, l&#8217;Asia, e forse anche qualche spolverata degli altri continenti.<br />
A Istanbul&#8230; beh, ho ancora qualche giorno per capire cos&#8217;altro accade.<br />
</p>
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