Ciao mamma, guarda come mi diverto (ad ogni Costa) 0
Non ho l’abitudine di commentare fatti d’attualità.
Non vorrei nemmeno per sbaglio apparire come un’opinionista del web, preferisco fare riflessioni più ampie e contestualizzate solo vagamente: più che il contesto, preferisco lo spunto.
E su questo contesto sarò volutamente vago: non sto scrivendo questo articolo con lo scopo di attirare visite sul mio blog: ho omesso ogni riferimento, a parte il gioco di parole nel titolo, chiaramente a prova di motore di ricerca.
Lo leggerete in pochi, come normalmente accade, così che possa fare la mia critica di costume ferocemente e senza tema di passare dalla parte che sto criticando (tutto in un colpo solo).
Quindi, c’è stata una certa nave che pare si sia inclinata in acqua vicino a un’isola con il nome di un fiore.
Direi che ci siamo capiti.
Una tragedia di proporzioni sufficientemente grandi da occupare le prime pagine dei giornali nazionali per diversi giorni e monopolizzare un po’ di media (che tra l’altro non stanno parlando di altri fatti comunque più che rilevanti, che non cito per gli stessi motivi già premessi).
D’altronde ci sono i morti. E una importante società in ginocchio, che in questo mare di crisi (oops, volevo dire vento di crisi) non possiamo proprio trascurare.
Una storia che sembra fatta, al di là di ogni ragionevole dubbio, di un grossolano e fatale errore (commesso durante l’esercizio di una consuetudine ufficiosa e accettata), di incompetenza, di viltà.
Una storia condita anche dalla contrapposizione di due uomini, affini nelle origini partenopee e nel mestiere, che incarnano lo Yin e lo Yang dell’Italia che ci piace tanto criticare.
Perchè, si sa (o non si sa, forse), che l’italiano è un po’ vittimista, un po’ fatalista, un po’ concreto, un po’ si sente italiano medio e un po’ elitario, è un po’ un “vorrei, ma non posso”, si odia e si ama. Insomma, un popolo di contraddizioni. Quanto ce piace ‘sta cosa, per dirla alla romana.
Insomma, fosse un film o un libro, sarebbe sicuramente una trama molto popolare, facile da capire, d’impatto.
Sulle prime ho applicato un po’ di sospensione del giudizio, un po’ di aporia.
Troppe volte ho visto dettagli fondamentali poi clamorosamente smentiti, e non ho grande interesse nel seguire queste vicende come se fossero una serie tv. Ma certamente alla fine i fatti sono apparsi inconfutabili, il comportamento del signor Comandante appare a chiunque biasimabile, riprovevole, scandaloso, metteteci pure il termine che vi piace di più, non cambia.
La cosa che mi fa riflettere maggiormente è la reazione che si sta riscontrando in giro, e che ormai con Facebook e Twitter diventa facilmente “misurabile”. Gli strumenti social del web ci permettono di osservare fin troppo bene questi comportamenti, amplificandoli al tempo stesso: ognuno ha un proprio piccolo palco personale, se lo desidera (anche io in questo momento, naturalmente).
Vi piace così tanto dover dire la vostra ad ogni costo? Cercare l’ironia e il sarcasmo, pur di sentirvi partecipi? Siamo tornati al morboso gusto di partecipare al rituale lancio di uova marce all’individuo alla gogna?
Non c’è alcuna “partecipazione collettiva” a un malessere di una società, in questi casi: solo la facile opportunità di dire la propria opinione sapendo che sarà quella giusta.
Un felice ritrovarsi nell’ovvio, quasi stessimo tutti lì a commentare chi ha la mira migliore, con quell’uovo marcio.
Un egocentrismo di scarto, fatto di acclamazione per chi riesce meglio nell’ironia.
Magliette feroci e marketing della facile ironia per l’Uomo Vile, ipotetiche candidature politiche per l’Uomo Giusto.
Non ho nulla contro l’ironia su questo argomento, nessun moralismo: i miei siti e blog preferiti hanno trattato l’argomento senza risparmiarsi, e li ho letti comunque con piacere. Ma anche fare ironia è arte, se non avete l’acume per dire una cosa intelligente non diventerete migliori soltanto aggiungendo la vostra voce al coro del gregge.
Il tormentone è un mantra, lo recitate e vi sentite meglio; funziona quando è inventato sul palco di un cabaret, figuriamoci quando è così drammaticamente vero. Quanto è liberatorio, vero?
E’ questo il tipo di comunanza che vi viene in mente quando pensate al nome della nave?







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