L’impagliatore di pensieri

Ieri mi sono riletto tutti i miei status update su Facebook, risalendo la timeline della mia vita per un paio d’anni, osservando le sensazioni condensate e partecipate. Nessuna meraviglia che, a meno di abusi di applicazioni idiote e impersonali, la bacheca virtuale di un social network sia a tutti gli effetti un diario, semi-pubblico e quindi moderato per l’audience che abbiamo.

Però molto spesso le sensazioni mi portano, anzi ci portano, ad avere una percezione di noi stessi un po’ distorta: gli entusiasmi illuminano e colorano cose che a volte non meriterebbero né luci né colori, e viceversa mettiamo in ombra cose soltanto perchè… oh, che cavolo, mi sto sparlando metafore addosso un’altra volta!

Quello che è importante davvero è che questa cosa è una tangibile prova del sé, un modo per rimettersi in pari con il modo in cui ci si percepisce, di riconfrontarsi con la propria media. Nei momenti più deviati delle proprie convinzioni ed emozioni ci si deve  confrontare con un proprio punto di riferimento: questo è un ottimo appiglio.

Non che tutto questo mi farà passare la compulsiva febbre dell’agguantare i pensieri che mi affascinano di più per poi imprigionarli e impagliarli e farne un curioso oggetto da collezione… la maggior parte mi sfuggono, mi distraggono rimandandosi gli uni agli altri, mentre io penso al modo più elegante di catturarli e mostrarli, componendoli tra loro armoniosamente. Anzi, più ne riesco a intrecciare e più vale la preda.

Se non altro questa volta ci sono (quasi) riuscito.

Come diceva Eugène Ionesco, “La banalità è un sintomo di non comunicazione. Gli uomini si nascondono dietro ai loro cliché” (anche Ionesco l’ho ripescato fra i cenni della “facebook statuses history”, tra l’altro).

Però diceva anche: “più mi spiego e meno mi capisco”…


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I momenti blasfemi della matita

Se Dio ha un triangolo in testa, è perchè ci è toccata una divinità in panne?

Dio in Panne

Dio in Panne

* Il disegno è una bozza e l’idea non è nemmeno niente di che, ma visto che ogni tanto le mie distopiche digressioni mentali mi regalano qualche sceneggiatura immaginaria, ho deciso di cominciare a rappresentarne qualcuna. Peccato che per i video sia quasi impossibile… :-)


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Le tre leggi della coppia

Prima Legge: nessun individuo deve mai agire in modo da danneggiare la serenità del suo equilibrio psicofisico.

Seconda Legge: nessun individuo deve mai agire in modo da danneggiare la serenità dell’equilibrio psicofisico del suo partner, a condizione che ciò non vìoli la Prima Legge.

Terza Legge: nessun individuo deve mai rinunciare ad alcuna esperienza che possa migliorare il proprio equilibrio e serenità, a condizione che non vìoli la Prima e la Seconda legge.

Ovvero, l’istinto di autoconservazione nel contesto relazionale, remixed by Asimov. Ah, grazie Isaac per tutto quello che hai scritto!


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Detesto l’ermetismo

Ma anche no.


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Lungimiranza e Coraggio

Ci sono momenti in cui un uomo capisce che deve guardare in avanti. Con lungimiranza e coraggio. Pensando alle scelte del passato e a quelle del presente, colmando quel sottile ma resistente muro di conseguenzialità che le separa da ciò che lo attende.
Sono scelte da prendere a freddo.
In fondo è della nostra carne e del nostro sangue che si parla.
Un piccolo ma difficile sforzo di coraggiosa lungimiranza, che libererà finalmente quello spazio angusto, che resterà sempre freddo ma almeno respirerà una nuova aria.
Anche se forse quel pezzo che per coraggiosa lungimiranza stiamo togliendo si perderà per sempre.

Si, penso proprio che toglierò la bistecca dal freezer prima di andare in palestra, almeno quando torno si cucina prima.


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Sardinia mototour, edizione 2010

Non ho davvero voglia di fare un report di questo viaggio in moto, durato circa quattro giorni (al netto delle traversate notturne), e cominciato il 28 di Maggio.
Tantomeno avreste voi voglia di leggere i dettagli metreologici-gastronomici, con digressioni sulle session di biliardino e traversone che questi cinque “anziani” motociclisti hanno sostenuto (tra un pranzo e una cena).
Però è il quinto anno consecutivo che non rinuncio a quel migliaio abbondante di km tra le curve del santificabile asfalto sardo, e ci sarà un perchè.

Probabilmente la miglior regione d’Italia per godersi la moto, sportivamente e turisticamente parlando: traffico minimo, asfalto eccezionale, tratti di decine e decine di km di curve perfette che arrivano a logorarti mani, avambracci, gionocchia, caviglie, spalle (insomma, tutto).
Con tutto l’amore per la Toscana e le Dolomiti, non conosco un’altra regione con una tale qualità complessiva di “materiale guidabile”, proprio perchè unisce semplicemente tutto in un connubio indimenticabile.
Il tempo quest’anno è stato inconsueto, spesso freddo per una regione che di solito ti attacca già da maggio con un caldo estivo, ma alla fine soltanto per un giorno abbiamo patito il maestrale troppo forte (e sufficiente a compromettere la giornata).

Banalmente, c’è da considerare una volta di più che la moto si sposa molto poco con la passione per la fotografia, a meno di non limitarsi al mototurismo da passeggio: fare mediamente 300km al giorno (di cui il 95% di curve) non aiuta, e fermarsi nel bel mezzo della “sinfonia” della guida a due ruote è un vero affronto all’adrenalinica magia del motociclismo.
Tuttavia, visti gli scorci suggestivi del paesaggio è un affronto anche non concedersi mai neppure un momento per immortalare questa terra così poco affollata! Peccato che una supersport abbia troppa poca capacità di carico per una reflex… ci si deve accontentare.

Il mio GSX-R 750

Il mio GSX-R 750

Due parole sulle strade: la base era ad Alghero, e ci sono tanti, troppi percorsi che si possono inventare da lì, fino ad arrivare al Gennargentu. Quindi menziono giusto tre indimenticabili tratti della zona più vicina ad Alghero, a futura memoria:

1. Alghero-Bosa: la litoranea regala 45km di curve, a volte a picco sul mare, altre volte snodandosi tra la verde e bassa vegetazione delle scogliere, in un misto veloce esaltante: curve larghe, asfalto praticamente al meglio delle vostre aspirazioni. Farla tutta d’un fiato, specie se si proviene da altri percorsi altrettanto tortuosi, lascia il segno. Nel corso della giornata l’ho percorsa in entrambi i versi.

Alghero-Bosa

2. Alghero-Villanova Monteleone: una strada che rapidamente sale verso gli altopiani a sudest di Alghero, ribattezzata da noi per ciò “scaletta”; è più corta, ma fantastica e imperdibile. Si può ammirare Alghero dall’alto già dai primi tornanti.

Alghero-Villanova Monteleone

Alghero-Villanova Monteleone

3. Alà dei Sardi – Monti: nessuno se la aspettava, 27km di strada colorata spesso dal non raro asfalto rosso di Sardegna; esaltante, con molti tratti di misto stretto e serie di chicane a vista. Prima di arrivarci, si passa per Ittiri, Thelti, Buddusò, e non c’è certo da annoiarsi. Quando si arriva a Monti, la cantina del Vermentino segnala la fine della giostra… anche se dopo Monti, fino a Telti, c’è ancora tanto divertimento garantito.

verso Ittiri, Thelti...

verso Ittiri, Thelti...

Map powered by MapPress

Come detto, sono solo alcuni dei tratti migliori che si distinguono per la qualità complessiva, la durata del percorso, le caratteristiche della strada in sè (asfalto, difficoltà, traffico) e la bellezza dei paesaggi.

I monti tra Alghero e Bosa

I monti tra Alghero e Bosa

Il tramonto tra Alghero e Bosa

Il tramonto tra Alghero e Bosa

Le scogliere tra Alghero e Bosa

Le scogliere tra Alghero e Bosa


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Bettersoftware 2010

Il bettersoftware 2010 è stata una due giorni di conferenze piuttosto interessante, ho finalmente trovato dopo una settimana il tempo di scrivere alcune mie considerazioni su questo evento.

L’organizzazione è stata piuttosto buona, a parte il carente servizio di wifi (ma possibile che sia ancora un problema la connettività?) e la presenza di una sola sala degna di tale nome all’hotel Laurus di Firenze: le restanti due erano decisamente sottodimensionate, peccato.

Ho perso forse qualche talk interessante, dal mio punto di vista erano di rilievo i talk riguardanti le innovazioni tecnologiche nell’ambito del web, e sui relativi modelli di business.

Per inciso, ho perso i talk relativi alla Internet Of Things, un argomento che penso diventerà di maggior rilievo in futuro ma che per ora ha dovuto soccombere di fronte alla scelta di seguire aspetti più attuali e più utili alla mia attività di CTO in Dnsee.

In questo senso, ho trovato molto interessanti i talk di Ludovico Magnocavallo, che ha parlato della sua esperienza con Blogbabel, e del successivo e collegato talk di Andrea Santagata sulle startup.

Mi ha fatto riflettere sulla mia carriera, che ormai sta per festeggiare il suo primo decennio, e sull’importanza della partecipazione alle community nel modo più attivo e diretto possibile, così da mettere a frutto dai primi momenti la propria passione, energia e “creatività tecnologica” (ma penso che potrei fare un post a parte solo per questo).

Ho seguito con interesse il talk di Francesco Fullone e Federico Galassi sull’ottimizzazione client side dei siti web, e lo speech di Luca Mascaro sull’UXD Agile: lavorando in una web agency, è una bella sfida adottare un metodo unico che coinvolga in un solo approccio architetti dell’informazione, web designer, web developer. Un altro argomento su cui conto di poter scrivere a breve un interessante business case pratico.

In tema di agile, è stato molto piacevole seguire Francesco Cirillo: è sicuramente istrionico, e mi sono trovato molto d’accordo con il suo approccio pragmatico al project management.
In generale, l’impressione è che ormai si parli tanto e troppo di agile: ma mi domando quanto in effetti si riescano ad adattare ai tanti casi in cui non è possibile partire from scratch, facendo realmente leva sui principi giusti che riescano a mettere a frutto al massimo le risorse di cui un manager dispone.
In fin dei conti si tratta di rendere efficiente ed efficace una squadra di persone che non sempre si sceglie completamente, elevando il committment di ciascuno rispettando i vincoli che il contesto ci impone, ed abbattendoli pian piano, passando indenni attraverso un processo transitorio che va digerito iterativamente, così come il metodo che si sta introducendo.
E’ un altro argomento che merita una digressione a parte, tuttavia, e ne abbiamo parlato anche durante (e dopo) il talk di Jacopo Romei sulla qualità totale.

Ho trovato interessanti spunti anche in quello che ha detto Antonio Tomarchio, a proposito dei modelli di business sulle social applications.

Last but not least, uno dei talk più stimolanti è stato quello di Federico Feroldi a proposito del Web Crawling: un talk in cui si è parlato di fatto di Online Reputation Management.
E’ una direzione in cui immagino che Google, Yahoo! e Microsoft stiano investendo, considerando l’esplosione delle social applications e della forte necessità della web identity: per ora qualcosa che interessa soprattutto le corporate per far fronte a crisi di immagine, ma che già riguarda il singolo individuo: le applicazioni sono diverse, e le tecnologie non sono ancora del tutto pronte.

In conclusione, a parte gli spunti che ho sfiorato citando i vari talk, ritengo che il Bettersoftware di quest’anno (il primo che seguivo) sia stato abbastanza interessante e costruttivo, ma vorrei fare qualche (costruttiva) critica:

eclettico, ma comunque web-oriented

Il BSW2010 è pensato da una community a mio avviso molto vicina alla comunità PHP, quindi pretende di essere ampio ma di fatto è molto relegato al mondo web, nel senso più stretto del termine, e al vicino mondo dello sviluppo su mobile (perchè si sa, l’anno del mobile sta sempre per arrivare). Malgrado la (poco spiegabile, per me) presenza di SAP (che peraltro non mi interessa), non si parla di enterprise nè si parla troppo di soluzioni web-based verticali.

L’interesse per l’usabilità è anch’esso fortemente orientato al web.

Agile si, SCM no?

Nel tanto fervore che abbiamo (me compreso) messo nelle metodologie agili, che probabilmente tra un po’ subiranno qualche rimpasto e cambio di nome perchè oramai in Italia se ne parla da almeno cinque anni ma forse si applicano troppo poco e le si evangelizza troppo (ci vorrebbe un approccio più zen…), direi che sarebbe il caso di tenere a mente alcuni punti chiave dell’ingegneria del software, troppo facilmente abbandonata “in blocco”, come se l’ingegneria del software fosse soltanto over-documentation in UML, function points e RUP. C’è un acronimo che mi sta molto a cuore, ed è SCM: Software Configuration Management. Perchè nella mia esperienza ho notato che praticamente sempre si da’ poco peso a cose come il release management (almeno nelle realtà piccole e medie), e non se ne parla mai?

audience e mentor

C’è una mancanza di un’audience più vicina all’imprenditoria, a parte poche eccezioni. Il target è medio, e dagli abstract dei talk è difficile capire quali argomenti ricercano un target più legato al solo mondo degli sviluppatori puri, ai manager o a chi ha budget e soldi da investire.

Anyway, penso che parteciperò comunque al bsw2011 aspettandomi qualcosa in più!


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Sociopatia in libertà

Il modo in cui a volte abbiamo a che fare gli uni con gli altri mi sconcerta.
Ciascuno di noi ominidi egocentrici, antropocentrici, etnocentrici si rapporta con gli altri ominidi sulla base di un paio di insiemi di regole che definiscono rispettivamente i tabù culturalmente accettati come tali e i tabù personali, e un altro paio di insiemi di regole che definiscono le pulsioni culturalmente accettate come tali e le pulsioni personali.
Non è che noi ominidi siamo proprio ben consci di questo schema di cose, che poi non è nemmeno così semplice, ma mi si passi la matematica schematizzazione (anche se un tabù culturalmente accettato come tale, chiamiamolo insieme TC vi metterà in allarme da questo genere di pensieri: peccato che una mia pulsione personale, presa dall’insieme PP, mi suggerisce fortemente di fregarmene del vostro tabù TC).
Chiaramente, ciascuno dei quattro insiemi TC, TP, PC, PP, sono assolutamente soggettivi.
Le persone mediocri però tendono ad avere un quadrupla spaventosamente simile l’una all’altra.

Tanto per fare qualche esempio e provare ad essere un po’ meno criptico: tra i TC ci sono tutte quelle cose come il “non si devono giudicare gli altri”, “si deve essere coerenti e coraggiosi con le proprie scelte”, “non si devono avere preconcetti”, e cose così: che le persone ritengono vere come “qualità” di ciascuno, e che quindi sono tabù in quanto sono verità incontrovertibili e mai confutabili: e che peraltro ritengono di essere in grado di discriminare con precisione in ciascuno, convinti che siano qualità intrinseche e immutabili.
I TP sono più variabili, solitamente sono regole vincolanti che ciascun individuo si dà sulla base delle proprie esperienze (negative).
Le pulsioni sono più semplici, più o meno tutto quello che va dal freudiano a ciò che la cultura dei media ci allena a percepire come pulsione. Non servono grossi esempi in più.

Stabilito questo, la mia teoria mi fa notare che la comprensione che ciascuno di noi ha (o crede di avere) degli altri non è affatto lineare: poniamo da un lato la conoscenza superficiale e istintiva e dall’altro lato del largo fiume che ci separa, la riva della conoscenza profonda, la più profonda che pensate di poter raggiungere.
Tralasciamo le considerazioni sul fatto che probabilmente questo limite potrebbe non esistere, perchè la conoscenza degli altri si approfondisce sempre col passare del tempo, perchè in fondo questo vale anche per la conoscenza di noi stessi ed è abbastanza naturale che così come cambiano le persone, evolva anche la conoscenza.
La conoscenza superficiale è fatta di preconcetti, sensazioni, aspettative, insomma: istinto. La si costruisce in
fretta, sulla base di poche immagini e pochi scambi, poche informazioni.
La conoscenza profonda è scontatamente fatta di un lungo cammino e di difficili momenti in cui si deve riadattare sé stessi a ciò che si scopre, e accettarlo per proseguire, unendo tutto in una comprensione olisticamente coerente.
Tra l’altro la conoscenza superficiale è un processo egoistico, si può fare a prescindere dall’altro; la conoscenza profonda va necessariamente portata avanti in due, motivo per cui di fiumi se ne attraversano pochi.

Piuttosto banale: però anche le due definizioni date sopra non sfuggono ai TC.
Per tutti la superficialità è male, è un tabù inattaccabile, e l’andare in profondità non può essere che un segno di maturità e pienezza d’animo.

Davvero?

In realtà quel fiume da attraversare è per lo più inquinato, torbido, discontinuo.
Venendo a contatto condividiamo le pulsioni e i tabù, e se non sono compatibili nemmeno mettiamo il piede in acqua, o facciamo dietrofront appena possibile. Ma se proseguiamo, in modo del tutto acritico, accettiamo i tabù altrui i nome delle nostre pulsioni, siamo accondiscendenti, acritici, coltivando il più delle volte l’illusione di un’affinità elettiva che non c’è, che è ipocritamente costruita solo per vedere se si può arrivare dall’altra parte del fiume.
Ci si scambia le esperienze delle altre “traversate”, illudendosi ciascuno di aver chiari le proprie pulsioni e i propri tabù, e condividendoli con l’altra persona.

In verità, la riva della conoscenza superficiale è quella più istintiva, è più genuina e meno naturale di ciò che viene subito dopo. Certo, ci si può sbagliare, ma è più schietta, meno artefatta.
Anche l’altra riva è chiaramente un gran bel traguardo.

Ma nel mezzo del fiume non ci si rimane mai a lungo, la corrente prima o poi ci trascina via: le conoscenze poco radicate non durano, ci sarà un perchè.


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La lettera mai scritta

Queste parole non sono quelle che avrei voluto scrivere, non sono quelle che avrei voluto leggere.
Non hanno il volto di pensieri, né di emozioni.
Non hanno peso, nemmeno quello dell’aria rarefatta, non hanno calore né sapore, non sono il ricordo di nulla né si devono ricordare.
Non hanno eco, non hanno spessore, non hanno forma.
Non sono pronunciate e non sono ascoltate, non sono istinto e non sono ragione.
Non sono le parole che vorresti trovare quando ne hai bisogno.
Ecco, forse sono le parole per quando non ne servono affatto, asciutte come la sabbia nella sabbia, fluenti come l’acqua nell’acqua, consistenti quanto l’aria nell’aria.


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Come funziona un tubo di prolunga

Rieccoci qui al corso di fotografia per dilettanti, al quale non vi siete iscritti, ma che tuttavia vi permetterà di capire se appartenete alla categoria di coloro che non ne sanno nulla (per cui quanto segue è arabo), oppure alla categoria di quelli che sanno come funziona grosso modo una reflex (per cui quanto segue è scontato).

Nella remota possibilità che non ricadiate in nessuna di queste due categorie, potete continuare a leggere.

Nel vergognoso schema che segue, realizzato in versione lo-fi con carta e penna e scanner, si può notare come l’introduzione di una prolunga sulla distanza focale abbia come implicito effetto la riduzione della distanza di messa a fuoco dell’oggetto e quindi il suo ingrandimento. Il pedoncino nero è messo nel disegno infatti alla minima distanza di messa a fuoco di cui l’obiettivo 50mm è capace, mentre quello bianco rappresenta ciò che è fotografabile con l’uso del tubo di prolunga.

Nel disegno, per semplicità, si ragiona su un solo punto e non sull’infinito fascio di fotoni che, rimbalzando su quella specie di “icona di messenger” che è l’oggetto della foto, ritorna su parte della lente per poi convergere sul punto di messa a fuoco (sarebbe più difficile da raffigurare, o solo più faticoso, per cui non lo faccio).

Al diminuire della distanza focale usata con il tubo di prolunga diminuisce anche la distanza di messa a fuoco di cui il nostro nuovo obiettivo è capace.

Il tubo di prolunga

Il tubo di prolunga per principianti

Nelle foto che segue si vede inoltre quanto la profondità di campo sia più facilmente influenzabile da oggetti piccoli, viste le piccole dimensioni in gioco; la prima foto, a parte l’ISO più elevata, ha una F di 4 mentre la seconda foto utilizza la massima apertura di cui il Canon EF-S 50mm è capace, F/1.8.

Macro 50mm con tubo da 25mm, F/4, 1/16s, ISO 800

Macro 50mm con tubo da 25mm, F/4, 1/16s, ISO 800

Macro 50mm con tubo da 25mm, F/1.8, 1/20s, ISO 200

Macro 50mm con tubo da 25mm, F/1.8, 1/20s, ISO 200

Grazie a Simone per il supporto nel cercare di arrivare da soli a questa difficilissima conclusione! :D


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